Yes, we can. Così Hillary disse sì alla guerra in Iraq

"Ora, credo che i fatti che ci hanno condotto a questa votazione fatidica non siano in dubbio. Saddam Hussein è un tiranno che ha torturato e ucciso la sua stessa gente, persino i membri della sua famiglia, per mantenere salda la presa sul potere. Ha usato armi chimiche contro i curdi iracheni e gli iraniani, uccidendo oltre 20.000 persone".
1 DIC 08
Ultimo aggiornamento: 22:37 | 17 AGO 20
Immagine di Yes, we can. Così Hillary disse sì alla guerra in Iraq
Oggi Hillary Clinton è stata chiamata dal presidente eletto Barack Obama a diventare segretario di stato. Questi sono ampi stralci del discorso con cui il 10 ottobre 2002 la senatrice autorizzò l’uso della forza contro il regime di Saddam Hussein.

Sono onorata di rappresentare quasi 19 milioni di newyorkesi, un’attenta democrazia di voci e opinioni che vogliono farsi sentire sulle questioni più importanti dei nostri giorni, e in particolare su questa. Molti hanno contattato il mio ufficio per esprimere un parere su questa risoluzione, sia in senso favorevole che contrario, e sono grata a tutti coloro che hanno espresso la propria opinione (…). Ora, credo che i fatti che ci hanno condotto a questa votazione fatidica non siano in dubbio. Saddam Hussein è un tiranno che ha torturato e ucciso la sua stessa gente, persino i membri della sua famiglia, per mantenere salda la presa sul potere. Ha usato armi chimiche contro i curdi iracheni e gli iraniani, uccidendo oltre 20.000 persone. Sfortunatamente, negli anni Ottanta, mentre conduceva tali orribili azioni, ha goduto del sostegno del governo americano, perché possedeva il petrolio e perché si vedeva in lui un contrappeso all’ayatollah Khomeini in Iran.
Nel 1991, Saddam Hussein invase e occupò il Kuwait, perdendo il sostegno degli Stati Uniti. Il primo presidente Bush riunì una coalizione mondiale, di cui facevano parte anche tanti stati arabi, e costrinse Saddam alla resa dopo 43 giorni di bombardamenti e cento ore di operazioni sul suolo. La coalizione guidata dagli Stati Uniti poi si ritirò, lasciando i curdi e gli sciiti, che si erano ribellati a Saddam Hussein dietro la nostra spinta, alla sua vendetta. Le Nazioni Unite posero all’Iraq, come condizione per la fine del conflitto, una serie di richieste, tra cui il disarmo di tutte le armi di distruzione di massa, degli strumenti utilizzati per la loro creazione e dei laboratori necessari. Saddam Hussein accettò, e si creò un sistema di ispezioni che dovevano verificare che rispettasse gli accordi. Nonostante le sue ripetute menzogne, i ritardi e gli ostacoli frapposti al lavoro degli ispettori, si scoprirono e annientarono armi di distruzione di massa in quantità ben superiore a quella distrutta nella Guerra del Golfo, comprese migliaia di armi chimiche, grandi quantità di scorte chimiche e biologiche, di missili e testate e un grande laboratorio dotato del necessario per produrre antrace e altre armi biologiche, oltre a consistenti strutture nucleari.
Nel 1998, Saddam Hussein mise sotto pressione le Nazioni Unite affinché cancellassero le sanzioni, minacciando di interrompere ogni forma di cooperazione con gli ispettori. Nel tentativo di risolvere la situazione, l’Onu, erroneamente a mio modo di vedere, accettò di porre dei limiti alle ispezioni dei “siti sovrani” individuati, compresi i cosiddetti palazzi presidenziali, che in realtà erano complessi enormi, perfettamente adatti a custodire laboratori per la creazione delle armi, scorte e documenti che Saddam avrebbe dovuto consegnare all’Onu. Quando bloccò il processo delle ispezioni, gli incaricati se ne andarono. Di conseguenza, il presidente Clinton, di comune accordo con il Regno Unito e altri paesi, ordinò un attacco aereo intensivo su quattro giorni, l’operazione Desert Fox, mirata ai centri noti o sospetti di custodia delle armi di distruzione di massa e ad altri obiettivi militari. Nel 1998, gli Stati Uniti modificarono la propria linea politica generale nei confronti dell’Iraq, passando dal contenimento al cambiamento di regime, e iniziarono ad esaminare le possibilità di indurre tale cambiamento, compresa l’opzione che prevedeva il sostegno ai rappresentanti dell’opposizione irachena all’interno del paese e all’estero. (…) Ora, tutto questo è fuor di dubbio. Le domande ancora irrisolte sono: che fare? Come, quando, e con chi?
Qualcuno preferirebbe attaccare Saddam Hussein adesso, con qualsiasi alleato riusciamo a coinvolgere, nella convinzione che un’ulteriore tornata di ispezioni non porterebbe al disarmo richiesto, e che deporre Saddam sarebbe un bene effettivo per il popolo iracheno e creerebbe la possibilità di uno stato democratico laico in medio oriente, che potrebbe forse far avanzare l’intera regione verso le riforme democratiche. Questo modo di vedere può essere attraente, perché garantirebbe il disarmo; perché porrebbe riparo a vecchi torti dopo che abbiamo abbandonato sciiti e curdi nel 1991, e dopo che abbiamo appoggiato Saddam Hussein negli anni Ottanta quando usava le armi chimiche, terrorizzando il suo stesso popolo; e perché darebbe al popolo iracheno la possibilità di costruire un futuro di libertà. (…) Altri sostengono che dovremmo lavorare con le Nazioni Unite e ricorrere alla forza solo se e quando il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite lo approverà. (…). Ma anche questo modo di procedere presenta dei problemi. Le Nazioni Unite sono un’organizzazione ancora in fase di crescita e maturazione. Spesso manca della coerenza necessaria a rendere operativi i suoi mandati.
E quando i membri del Consiglio di sicurezza usano il loro potere di veto, talvolta per ragioni di interessi miopi, non può agire. In Kosovo, i russi non hanno approvato l’intervento militare Nato a causa dei loro legami politici, etnici e religiosi con la Serbia. Gli Stati Uniti perciò non hanno potuto ottenere una risoluzione del Consiglio di sicurezza a favore dell’azione, che sarebbe stata necessaria per bloccare la deportazione e la pulizia etnica che ha coinvolto oltre un milione di albanesi kosovari. Nel caso dell’Iraq, il punto è capire come agire per neutralizzare la minaccia che Saddam Hussein rappresenta per il suo popolo, la regione, compreso Israele, gli Stati Uniti e il mondo, e contemporaneamente portare al massimo il livello di consenso internazionale di cui godiamo e rafforzare le Nazioni Unite. (…)
E’ un voto molto difficile. E’ probabilmente la decisione più difficile che abbia mai dovuto prendere, come dovrebbe essere difficile ogni voto che può portare a una guerra, ma lo pronuncio con convinzione.
E forse la mia decisione è influenzata dagli otto anni di esperienza all’altro estremo di Pennsylvania Avenue, alla Casa Bianca, mentre guardavo mio marito affrontare i grandi problemi della nazione. Voglio che questo presidente, e tutti i presidenti futuri, si trovino nella posizione più forte possibile per guidare il nostro paese alle Nazioni Unite o in guerra. In secondo luogo, voglio assicurarmi che Saddam Hussein non sia indotto in errore in merito alla nostra unità nazionale e a quanto appoggiamo la scelta del presidente di dichiarare guerra dall’America al terrorismo internazionale e alle armi di distruzione di massa. In terzo luogo, voglio che gli uomini e le donne delle nostre Forze armate sappiano che, se saranno chiamati a intervenire in Iraq, il nostro paese sarà al loro fianco con la massima decisione. (…)
Da ultimo, e ancora a titolo personale, giungo a questa decisione partendo dal punto di vista di una senatrice di New York, che ha visto fin troppo da vicino le conseguenze dei terribili attacchi dell’anno scorso contro la nostra nazione. Nel soppesare i rischi derivanti da un intervento e quelli che potrebbero seguire alla scelta di non intervenire, credo che i cittadini dello stato di New York che hanno affrontato le fiamme dell’inferno potrebbero essere più sensibili ai rischi derivanti da un mancato intervento. Io certo lo sono. Perciò, sono fermamente convinta nel dare il mio sostegno a questa risoluzione, perché è quanto più serve agli interessi del nostro paese. Un voto a favore non è un voto per la corsa alla guerra; è un voto che pone una responsabilità solenne nelle mani del nostro presidente, cui chiediamo di usare con saggezza e come ultima risorsa questi poteri. Ed è un voto che dice chiaramente a Saddam Hussein: questa è la tua ultima possibilità. Disarma o sarai disarmato.
Grazie, signor presidente.
(traduzione di Elia Rigolio)